MASSIMO VENTURIELLO

MASSIMO VENTURIELLO

“LA MANDRAGOLA”  di Niccolò Machiavelli

Con la partecipazione di MAURIZIO MICHELI e con Guglielmo Poggi – Marco Imparato – Martina Fatighenti – Enrico Spelta – Matilde Pettazzoni

Regia Guglielmo Ferro

 

NOTE DI REGIA

Questa Mandragola è trasposta in un presente dominato dalla finanza, dal profitto e dall’apparenza.
La Firenze rinascimentale diventa la City globale, un grattacielo di vetro e acciaio dove tutto è trasparente, solo in
superficie. I personaggi agiscono mossi non dall’amore o dalla fede, ma dal desiderio, dalla convenienza e dall’opportunismo. La commedia si fa così una satira feroce del capitalismo contemporaneo, dove ogni relazione è una transazione. La scenografia è minimale e modulare: pannelli trasparenti, luci al neon, schermi con grafici finanziari e breaking news. La città incombe: un mondo verticale, competitivo, disumanizzato. Callimaco è un giovane manager rampante, brillante, seduttivo, privo di qualsiasi morale. L’inganno non è un mezzo, ma una competenza professionale.
Messer Nicia CEO anziano, ossessionato dall’eredità e dalla reputazione. Non comprende il mondo che cambia, ma è disposto a tutto pur di lasciare un “successore”. È ridicolo e tragico insieme, simbolo di un potere vuoto. Lucrezia è una donna intelligente, intrappolata in un matrimonio di convenienza e in un sistema che la vuole “perfetta”. La sua resa finale non è debolezza, ma lucida scelta di sopravvivenza e di potere. Fra Timoteo, diventa un consulente etico, un leader spirituale mediatico. Usa il linguaggio della morale per giustificare qualunque azione. È la figura più pericolosa perché legittima il cinismo con parole rassicuranti. Mentre Ligurio è facile da immaginare come faccendiere, lobbista o intermediario d’affari. È il vero motore dell’azione: sa come funzionano i meccanismi del potere e li sfrutta senza mai esporsi. Mentore della rappresentazione del fine che giustifica i mezzi.
Il potere come manipolazione. La morale come strumento retorico. Il corpo e il desiderio come merce. La vittoria dell’intelligenza amorale La commedia resta comica, ma la risata è amara: il pubblico ride riconoscendo un mondo fin troppo familiare. Il lieto fine non è una riconciliazione morale, ma la consacrazione del sistema: chi è più spregiudicato vince.

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