adattamento teatrale di Glauco Mauri
Con Francesco Sferrazza Papa – Woody Neri – Giulio Petushi – Rebecca Sisti – Aurora Spreafico – Paolo Zuccari
Regia di Andrea Baracco
PERCHÉ DELITTO E CASTIGO
“Difendere la tradizione non significa conservare le ceneri ma tenere accesa la fiamma”.
Questa frase di Jean Jaures è l’immagine perfetta del lavoro svolto dalla Compagnia Mauri Sturno nel teatro italiano dal giorno della sua nascita, più di 40 anni fa; ed altrettanto pertinente se si pensa al nuovo corso, che inizia nel momento della scomparsa dei due storici fondatori.
Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij nell’adattamento per il teatro di Glauco Mauri compie 20 anni, il suo debutto è stato nel 2005. Partendo dalla riscrittura del Maestro Mauri, la Compagnia Mauri Sturno, come primo spettacolo del nuovo corso, ritiene imprescindibile costruire un ponte che leghi il passato con il presente ed il futuro. Si è deciso quindi di iniziare questa nuovo viaggio focalizzando l’attenzione su uno dei più grandi romanzi mai scritti, e su ciò che accomuna la linea artistica ed editoriale passata a quella presente e futura di riproporre i grandi
romanzi sulla scena.
NOTE DI REGIA
Rinchiuso da giorni nella sua tana vicino a Piazza Sennaja, uno dei luoghi più malfamati e pericolosi di Pietroburgo, Raskolnikov, il protagonista di Delitto e Castigo, si pone ossessivamente una domanda, ogni volta con parole diverse ma inesorabilmente sempre la stessa: “quanto valgo?”. Sintetizzata nell’iconica frase “Io, sono più simile a un pidocchio o a Napoleone?”. Raskolnikov, insomma, è uno squattrinato studente di 23 anni, che passa le sue giornate sdraiato a domandarsi chi è. A chiedersi come uscire dalla miseria materiale e morale che lo ingabbia e lo fa sprofondare. Fin qui nulla di sostanzialmente diverso dai tanti uomini superflui che la letteratura russa ci ha consegnato nel ‘800, ma Dostoevskij, con questo romanzo, inventa un nuovo tipo di eroe russo: Raskolnikov chiede spazio, non si accontenta di stare sdraiato, vuole vivere, incidere, fare la storia, modificare l’esistente, metterlo a testa in giù, e allora dopo infiniti tormenti decide di agire, e cosa fa? Si alza dal divano e trasgredisce, spezza il confine che gli è stato assegnato, vuole riscrivere la storia perché quella che c’è non gli piace. Non piace a lui come a
tutti i ventenni che attraversano il romanzo in cerca di un luogo dove stare. La politica, la religione, la filosofia, sono gli strumenti di cui questi ragazzi si armano per cercare di dire parole nuove in un mondo marcio, vecchio, che li opprime e che non gli corrisponde affatto. Proprio per ascoltare le voci profonde dei protagonisti del romanzo, nella composizione del cast, ho ritenuto indispensabile rispettare l’età anagrafica dei personaggi, ponendomi una domanda: come risuonano oggi le parole scritte da Dostoevskij nel 1866, in bocca alla generazione nata e cresciuta negli anni 2000? Hanno ancora quella forza dirompente quelle parole? Sono ancora portatrici di quel senso scandalosamente umano e politico di chi vuole con ferocia trasformare l’esistente? E infine, quanto costa a quei giovani commettere peccato, infrangere l’ordine costituito, parlare una lingua nuova di zecca, mandando al diavolo la storia nella quale gli è capitato di nascere?

