MARCELLO CIRILLO / DEMO MORSELLI

MARCELLO CIRILLO / DEMO MORSELLI

“TU VUO’ FA L’AMERICANO – Storie Italiane in America” scritto da Massimo Cinque

Con Orchestra dal vivo – Direzione Musicale e arrangiamenti Demo Morselli

Voce narrante BARBARA DE ROSSI

Regia Marcello Cirillo

 

 

NOTE DI REGIA

Quando io e l’autore Massimo Cinque ci siamo avvicinati a questo progetto, la prima cosa che ci siamo detti è stata semplice e necessaria: non volevamo raccontare l’emigrazione come un capitolo di storia. Volevamo raccontare le persone. Massimo aveva già costruito nel testo un mondo vivo, fatto di voci e di corpi, di speranze concrete e di paure reali. Il mio compito era portare quelle voci sul palco, farle respirare. Da quel primo incontro è nata una domanda che ha guidato tutto il lavoro: come si racconta un oceano?
Non l’oceano di acqua — quello lo conoscono tutti. Ma l’oceano interiore di chi lascia tutto: la casa, la lingua, il profumo del pane di casa, il suono delle campane del proprio paese. Quell’oceano non si attraversa una volta sola. Lo attraversi ogni giorno per il resto della vita.
Non l’oceano di acqua — quello lo conoscono tutti. Ma l’oceano interiore di chi lascia tutto: la casa, la lingua, il profumo del pane di casa, il suono delle campane del proprio paese. Quell’oceano non si attraversa una volta sola. Lo attraversi ogni giorno per il resto della vita.
“Tu vuo’ fa l’americano” nasce da questa domanda e da una convinzione profonda: che il teatro, quando incontra la musica e la narrazione, abbia il potere unico di restituire carne e voce a chi non c’è più.

La scelta del tono
Ho voluto uno spettacolo che non scivolasse mai nella retorica della sofferenza né nella celebrazione facile. I nostri emigranti non erano eroi da monumento — erano persone, con le loro debolezze, le loro furbizie, le loro risate. Per questo la messinscena si muove continuamente sul confine tra commedia e dramma: perché è lì che vive la verità.
La comicità non è una concessione al pubblico: è uno strumento di sopravvivenza. Era quello che usavano loro, e deve essere quello che usiamo noi.

La drammaturgia dello spazio
Ho immaginato la scena come un piroscafo in viaggio permanente. Non c’è un punto di partenza e uno di arrivo: lo spazio racconta il durante, il tempo sospeso della traversata, in cui si è già lasciato tutto e non si è ancora niente. È in quel vuoto che i personaggi si formano, si raccontano, si scontrano e si riconoscono.
Il cane e il gabbiano — le due figure animali della storia — non sono ornamenti poetici. Sono gli unici che non devono dimostrare niente a nessuno: non devono essere americani, non devono cambiare cognome, non devono dimenticare da dove vengono. In un certo senso, sono i più liberi di tutti.

La musica come memoria
Demo Morselli ha costruito una partitura che non illustra le scene, ma le abita. Ha scritto arrangiamenti originali su canzoni molto famose e intense — brani che il pubblico porta già dentro di sé — trasformandoli in qualcosa di nuovo senza tradirne l’anima. È un lavoro raffinato e coraggioso: prendere una melodia conosciuta e rivestirla di
un’emozione ancora più profonda. Demo dirige l’orchestra con quella rara capacità di tenere insieme rigore e sensibilità. L’orchestra non accompagna: ricorda. Ogni arrangiamento porta in sé strati di tempo diversi — la tarantella del paese, il jazz di Chicago, la melodia napoletana che sopravvive intatta in un appartamento del Bronx. La musica è il filo che i nostri personaggi non hanno mai lasciato andare, anche quando sembrava che tutto il resto si fosse sciolto nell’acqua salata.

La voce narrante
La scelta di Barbara de Rossi come voce narrante risponde a una precisa esigenza drammaturgica: avere uno sguardo esterno ma non freddo, qualcuno che guarda questi uomini e queste donne con la tenerezza di chi ne conosce il destino e sceglie comunque di stare dalla loro parte. La sua voce non giudica, non spiega, non consola. Accompagna.

Un lieto fine vero
Con Massimo Cinque abbiamo scelto il lieto fine sapendo che poteva sembrare ingenuo. Ma era una scelta necessaria, scritta nel DNA del testo fin dall’inizio: Massimo ha costruito una storia in cui il dolore non viene negato, ma attraversato. Il lieto fine non è una consolazione facile — è una conquista. Ed è esattamente quello che hanno fatto loro — i nostri nonni, i nostri bisnonni — quando hanno deciso di scommettere su se stessi in
un mondo che non capivano ancora. Questo spettacolo è per loro. E per chiunque, oggi, stia attraversando il proprio oceano.

Marcello Cirillo

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