TATO RUSSO

TATO RUSSO

“LA REGIONE DEGLI ALTRI”  riscrittura di Tato Russo da Luigi Pirandello

Regia di Tato Russo

(da febbraio)

 

HANNO SCRITTO – RASSEGNA STAMPA

 

Tato Russo con il “suo” Pirandello ……

Tato Russo va oltre. La sua riscrittura e il suo allestimento de «La ragione degli altri» – mentre battono in breccia i sofismi anacronistici sciorinati a freddo in quella commedia – costituiscono il laboratorio in cui, oggi, un regista degno del nome deve trovare e sperimentare gli antidoti al costume nefasto adottato da tanti (troppi) dei propri colleghi e degli attori alle loro dipendenze: il costume che riduce l’alta elaborazione teorica di Pirandello al famigerato «pirandellismo», ovvero a pure e sterili esercitazioni manieristiche. Tato Russo non mette in scena «La ragione degli altri», ma una prova de «La ragione degli altri». Ed ecco l’invenzione decisiva: lo fa, dichiaratamente e ostentatamente, nei termini in cui si svolge la prova de «Il giuoco delle parti» in «Sei personaggi in cerca d’autore». Ciò che, lo vedete, sottolinea, come meglio non si sarebbe potuto, per l’appunto lo scarto fra il «basso» (il «pirandellismo») e l’«alto» (Pirandello). Infatti, i «sei personaggi» in questa prova non possono entrare. Quando l’assistente alla regia viene ad informare il «maestro» (ossia il regista tronfio ed egocentrico qui in campo) che in portineria ci sono sei signori che chiedono di parlare con lui, il «maestro», dopo aver osservato: «Avranno sbagliato commedia», aggiunge: «Saranno sei disoccupati in cerca di scrittura … levameli dalle palle. Riccarduccio! Lasciagli qualche cosa di denari. Sono tuoi colleghi. Impara ad essere solidale con i tuoi colleghi. La solidarietà è la prima cosa. La solidarietà … Che cos’è la solidarietà?… dare un po’ di soldi a chi ti vuole rompere i coglioni Scrivila,questa. È cinica ma geniale» . Inutile dire del feroce sarcasmo con cui un discorso del genere attacca i vizi (a cominciare dal disprezzo fra colleghi) che albergano nell’ambiente teatrale. A ribadirlo, del resto, arriva l’ancor più inequivocabile battuta con cui il «maestro» replica agli attori che mal sopportano le maschere da lui imposte: «Comunque alle maschere per ora conviene che vi abituiate. Le vostre facce non interessano. Voi non siete. Non esistete. Esistete solo per quello che rappresentate. Per il resto immaginate di essere delle nullità». Tato Russo, però, non commette l’errore di chiamarsi fuori, e indossa, insieme con quelli del «maestro», i panni di un’impagabile autoironia. Intanto, arriva a bordo di un elevatore, affiorando dal sottopalco come una divinità ctonia (e peraltro lanciando, così, uno strale ulteriore contro le mille pedestri scimmiottature delle macchinerie alla Ronconi); e poi, allorché la prima attrice gli nomina il suo impianto registico, obietta: «Qui non c’è niente da impiantare. Io sono sempre in disaccordo con me stesso. Insomma, il pregio non comune di questo spettacolo, ad un tempo intelligente e divertente, sta nella sagace strategia con cui il discorso si apre, come nel gioco delle scatole cinesi, a sempre nuove dimensioni. E basta, al riguardo, un solo esempio. Il «maestro» ha appena finito di pronunciare l’obiezione di cui sopra che – riprendendo l’argomento delle maschere e parafrasando la battuta del capocomico di «Sei personaggi in cerca d’autore» – aggiunge: «Che posso farci, io, se siamo ridotti ancora a mettere in scena commedie di Pirandello, solo perché portano il pubblico delle scuole?” Come si vede, la finzione si mescola continuamente con la realtà. Non rimane, a questo punto, che annotare la prova fotima di tutti gli interpreti, fra i quali, nel doppio ruolo del «maestro» e di Gugliemo Groa, Tato Russo ricorre, come sempre, alla sua inconfondibile cifra stilistica, fondata su una souplesse attraversata sapientemente da improvvise accensioni velenose. Il cerchio si chiude con la bambina che, invece d’esser portata dal padre a casa della moglie, come nel testo di Pirandello, scappa via verso il fondo. E il «maestro» commenta: «La bambina questa sera ci ha suggerito finalmente il finale giusto della commedia. La bambina ha capito tutto! Le ragioni di uno, le ragioni dell’altro … E le sue ragioni?». Non senza, però, che subito
dopo ritorni, con un altro affondo sarcastico, nel dominio della quotidianità. Chiamando il direttore di scena, dice: «Direttore, domani arriva la scena». E poi, rimasto solo, aggiunge fra sé e sé: « La scena … se arriverà!… Nun se po’ fa’ cchiù, ‘stu mestiere!». Aggiungo solo un’ultima cosa, forse la più importante. L’altra sera Tato Russo, a causa della sciatalgia, è andato in scena imbottito di antidolorifici e cortisone. E al momento del saluto agli spettatori, quando s’è portato alle labbra la punta delle dita per mandare un bacio, gli ha preso la mano destra un lieve tremore. Un tremore che ha raccontato una piccola grande storia, di quelle ormai sempre più rare: la storia dell’emozione di tornare nel suo Bellini dopo sei anni, dell’affetto verso il pubblico e della dedizione senza remore al teatro.

Enrico Fiore

 

In scena l’innovativa riscrittura de ‘La ragione degli altri’ di Pirandello

Già dall’intervista che il Maestro Russo aveva rilasciato in esclusiva al nostro giornale avevamo ben chiaro che il lavoro drammaturgico di fondo fosse ambizioso ed importante, ma del resto l’artista partenopeo ci ha abituati ad operazioni del genere, condotte con eccellenti risultati, come nel caso dell’adattamento teatrale de ‘Il fu Mattia Pascal’, certamente non semplice e realizzato in modo magistrale. Arriviamo, quindi, alla rappresentazione con la consapevolezza e l’attenzione che il progetto merita. Un’opera minore di Pirandello destrutturata, rivista in chiave metateatrale, deprivata delle sovrastrutture grottesche e para-filosofiche, per far emergere la carne e il sangue dei personaggi, la verità, per usare le parole dello stesso autore. La rottura è immediatamente evidente, il sipario si apre su di un palco in allestimento, con il direttore di scena che esordisce in napoletano. In effetti l’opera si apre e si chiude con delle battute nella lingua partenopea, alla fine della rappresentazione sarà lo stesso Russo a farlo. In scena una compagnia teatrale, i cui componenti hanno il viso rigorosamente coperto da maschere, che conserva i nomi reali degli attori, durante le prove de ‘La ragione degli altri’, palesando, così, già da subito, l’intento metateatrale. Tato Russo dispiega in modo limpido il suo disegno, come ci aveva anticipato nell’intervista, la sua visione è chiaramente percepibile, nel suo doppio ruolo di regista e attore anche nella messa in scena. Attraverso le riflessioni e le indicazioni di regia, mostra completamente l’intento drammaturgico permeato da quell’autoironia del regista sui generis, nevrotico e dispotico, che mette continuamente in ridicolo i propri attori e che per sua stessa definizione non riesce ad essere d’accordo nemmeno con se stesso. La metateatralità emerge anche dalla lettura delle didascalie del copione originale da parte del direttore di scena che interviene anche a suggerire le battute “sapientemente dimenticate” da Russo. Man mano gli attori si “denudano” delle maschere, per loro stessa iniziativa, è quasi una scelta subita dal regista, chiara metafora di personaggi che in modo “autonomo” rifiutano il “format” imposto da Pirandello, si svelano, si riappropriano di quella carne e di quel sangue più volte richiamati, assumono vita, scrollandosi di dosso la patina di simulacri di un mondo borghese che non esiste più, con le sue dinamiche sociali ed interpersonali soppiantate da un nuovo modello di relazioni, per incarnare le proprie emozioni, le proprie ragioni, trasformando l’opera in qualcosa di epico, di autentico, di crudo. I tagli apportati sono sintomatici di questa impalcatura originaria che viene smantellata per dare vita a qualcosa di attualizzato, che riprende e supera l’intento del drammaturgo siciliano, messo in dubbio e non in scena, appunto .Della pièce sopravvivono solo le scene che sono funzionali, fino al culmine di un finale anche questo riscritto, anche questo imposto da un personaggio e immediatamente fatto proprio dal regista. La bambina, contesa, strattonata dalle ragioni del padre, delle “madri”, quella vera e biologica, e quella che aspira ad esserlo, bambina il cui nome viene sostituito per farlo coincidere con quello reale della piccola che la interpreta in modo sorprendente, decide di sottrarsi a queste ragioni per affermare le proprie, scappando via, incapace di scegliere, ma soprattutto di sottomettersi a logiche che non comprende, che non le appartengono, che la riducono a merce di scambio, oggetto di ricatto o di rivincita. In questo, anche, la grande attualità della rivisitazione di Russo, che riesce ad incarnare l’odierna condizione di bambini, sempre più sacrificati nel loro essere sangue e carne da egoismi personali, le cui “ragioni” sono mortificate da egoismi e ripicche di “adulti”. Tutti perfettamente nella parte gli attori insieme con il solito immenso, carismatico Tato Russo che tira fuori un’interpretazione perfetta in ogni momento, che riesce ad essere, dall’inizio alla fine, una corda di violino che vibra di un’armonia costante ed intensa. Sorprendono per intensità Giulia Gallone, nei panni di Livia, e Giorgia Guerra che interpreta Elena, che difendono rispettivamente il matrimonio ormai alla deriva e il desiderio di maternità, anche se surrogato, e la maternità biologica che diventa “catena” per chi è stato il proprio uomo. E lo fanno, così come da intenzione drammaturgica, in modo “carnale”, non mediato, spinte da passioni ed orgoglio, svestite le maschere ormai diventate inutili gabbie, limitanti per il dispiegamento di drammi interiori che sarebbero altrimenti stati sacrificati sull’altare di un manierismo formale ed inattuale. Nell’assistere allo spettacolo, insomma, abbiamo ritrovato suggestioni che Tato Russo ci aveva trasmesso nell’intervista, ovviamente amplificate, sublimate dalla reificazione della messa in scena, ma soprattutto abbiamo compreso appieno la sua affermazione secondo la quale l’opera non ha bisogno di essere spiegata, basta vederla, perché nella drammaturgia sono presenti, in modo lampante, tutte le chiavi di lettura, rese palesi da una narrazione metateatrale, anche fitta di ironiche autocitazioni e rimandi, come nel caso del riferimento a ‘Il fu Mattia Pascal’ di Tato Russo o a ‘Sei personaggi’ o forse, “sei disoccupati in cerca di scrittura” che chiedono udienza al regista, possibile solo grazie alla genialità di un artista come l’autore napoletano. Non manca nemmeno una pungente critica a quello che è diventato oggi il teatro, ai cani-attori o attori-cani che dir si voglia, che culmina nella frase finale:La scena ?… se arriverà!… Nun se po’ fa’ cchiù, ‘stu mestiere! Fortunatamente Artisti come lui questo mestiere continuano a farlo.

Giulio Baffi

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